Gambero
Rosso (N. 118 Novembre 2001)
La Locanda del Pilone. Il Rifugio del Sogni e dei
Sapori
Tra le formule più gettonate
dal turista buongustaio c’è la locanda che oltre
ad un “rifugio” accogliente e raffinato mette sul piatto
una proposta enogastronomica di grande spessore. Come quella,
ad esempio, della Locanda del Pilone, nelle Langhe, frutto
di un incontro quanto mai felice fra un cuoco e un industriale
“illuminato”. Sulla via di Bacco.
“Dalle finestre le colline avevano curve come il corpo
di una donna”. La frase di Pavese mi toglie le parole dalla
penna. Colpa dell’Enoteca Peccati di Gola, ad Alba, trionfo
di vini, formaggi e altre delizie gastronomiche. Il titolare
ha ricopiato a mano il passo, l’ha scritto a pennarello
su un grande rettangolo di carta da pacchi appeso dietro
la cassa, e mi pare che la circostanza insegni qualcosa
sulle Langhe. Un posto dove mentre compri una bottiglia
di vino e un paio di tome, leggi Cesare Pavese...
“Dalle finestre le colline avevano curve come il corpo di
una donna” è la descrizione perfetta del panorama
che circonda la Locanda del Pilone a Madonna di Como, frazione
di Alba. Lì appare all’improvviso su un cucuzzolo,
dietro un grande cancello, la cascina Bompé. L’antica
struttura contiene due cose, fra loro distinte ma in accattivante
simbiosi: la Locanda gestita da Maurizio e Sabrina Quaranta
con l’annesso ristorante, e la cantina dei vini di Silvano
ed Elena Boroli, facoltosi e illuminati principi del feudo.
Il pilone votivo ottocentesco che dà il nome al piccolo
albergo e alle spalle dell’azienda.
“Il migliore complimento che ci fanno i nostri ospiti”,
dice Maurizio, “è che si trovano come a casa loro,
lo stesso calore accogliente, la stessa tranquillità”.
E’ una bugia che gli ospiti si raccontano da soli: la loro
casa non domina affatto un anfiteatro di colline sensuali
come queste, dal loro balcone non si vede, nelle giornate
limpide, un orizzonte di montagne alte fra i tre e i quattromila
metri, nel loro giardino non cresce l’uva che riempie le
migliori bottiglie stappate a cena.
La locanda garantisce tranquillità, calore domestico
e tante “coccole”, come le definisce Sabrina, ma soprattutto
naviga come un vascello sull’incantata atmosfera della Langa,
conduce i passeggeri alla volta del profumi e dei sapori
terrigni che autunno e inverno elargiscono in brume superficiali
e gemme del sottosuolo. E’ tempo di vendemmia e di funghi,
è tempo di tartufi.
Pareti bianche rustiche alternate a muri e volte con i mattoni
originali a vista (bellissimi quelli della sala da pranzo)
fanno da sfondo a una scelta di mobili antichi ma sobri,
mai invadenti. La cura dei particolari raggiunge forse l’apice
nel salotto dove tutto è autentico, dalle settecentesche
figure religiose in terracotta al caminetto del ‘600, dalle
stampe d’epoca agli acquerelli che raffigurano grappoli
d’uva. Ma non sono da meno le sei camere, quattro matrimoniali
standard e due junior suite, con le testiere del letti in
ferro battuto, eleganti tendaggi e copriletti frutto del
lavoro della Comunità di San Patrignano. Bagni ampi
e funzionali, frigobar, telefono, televisori: per 350.000
lire a notte.
Maurizio e Sabrina si sono incontrati nel 1995 sulla galeotta
costa riminese. Ma non si pensi a un giovanotto gagliardo
in caccia di cubiste discinte: lui faceva la stagione come
chef e lei faceva la stagione in sala. I due alberghi, a
tre stelle, erano abbastanza vicini, e i ragazzi prima o
poi dovevano incontrarsi.
Da quell’ anno le stagioni le hanno lavorate insieme, ma
solo nel 1995, fatti un po’di debiti in banca, sono riusciti
a prendere in gestione un ristorante nella zona originaria
di Maurizio, La locanda dell’Angelo a Monterosso Grana.
Un locale storico (la licenza data 1875), “ma quelle valli
sono difficili, i clienti devi andarteli a cercare... invece
Alba è una capitale gastronomica.. poi avevo una
cucina piccola... qui è spaziosa....”
Pagato il mutuo, i coniugi Quaranta (ah si, nel frattempo
si erano sposati senza tanto clamore) cominciano a guardarsi
in giro in cerca d’aria nuova. E proprio in uno di quei
giorni, neanche a farlo apposta, dopo aver saldato il conto
si presentano un paio di clienti speciali, Elena e Silvano
Boroli: “Ci è giunta voce che cercate un altro posto:
volete venire a vedere da noi?” I Boroli, già impegnati
ad altissimi livelli nell’editoria (lui, ex senatore, è
stato amministratore delegato e vicepresidente della De
Agostini di Novara) avevano pensato di sfruttare gli spazi
della cascina Bompé per aggiungere alla prospera
azienda vinicola un’attività alberghiera e di ristorazione.
“Quando siamo arrivati qua la ristrutturazione era in pieno
svolgimento. La signora Elena ha scelto il mobilio e tutti
gli elementi di arredo. Noi abbiamo avuto carta bianca sul
ristorante” E il nome? “Bompé era troppo legato alla
cantina, e questa non è una dépendance. Quaranta
era
troppo legato a noi non ci pareva suonasse bene. Alla fine
ha vinto il pilone...”.
Il 15 settembre del 2000 ristorante e albergo aprono i battenti.
E’ facile per uno chef e una direttrice di sala improvvisarsi
albergatori?
“Abbiamo un metodo semplice per imparare e migliorare, sia
come ristoratori che come albergatori: andiamo in giro,
guardiamo quello che fanno gli altri. E c’ispiriamo, non
copiamo mai, ma sviluppiamo.
Che opinione vi siete fatti della concorrenza? “Parlo della
nostra fascia di prezzo e tipologia: beh c’è del
buono e del pressapochismo, casi in cui ti dici: ecco cosa
non devo fare. Per esempio lo chef non deve trascurare le
prime colazioni”. Una massima che apprezzeremo gustando,
con latte e caffè, le torte tanto semplici quanto
squisite, le conserve che Maurizio prepara con susine, pere,
nocciole, mele, albicocche e altro ben di Dio proveniente
dal frutteto della cascina.
Gia, perché il pezzo forte, al Pilone, è la
cucina. E qui nessuno ha il coraggio di dire “sembra di
essere a casa”. Nella sua generazione Maurizio s’impone
come uno dei migliori chef delle langhe e non solo, con
alcuni piatti che non hanno nulla da invidiare a quelli
di colleghi più vecchi, famosi e titolati.
Per esempio la terrina di Castelmagno: il celebre formaggio
d’alta montagna viene sciolto al calore e mescolato a panna
montata, erba cipollina e poca colla di pesce. La farcia
è avvolta da una fetta di melanzana e piatto e accompagnata
dalle madernasse, una qualità di pere molto piccole
e dure, coltivate nel Roero e in Val Grana, il cui sapore
è esaltato dalla cottura: qui sono sciroppate con
lo zucchero (“voglio provare a sostituirlo con il miele”).
Altro must la quaglia disossata con i suoi ovetti poché,
valeriana e tartufo nero. I tuorli ancora crudi s’incontrano
magnificamente col tartufo e con l’insalatina di contorno
alla quaglia arrostita.
E siamo solo agli antipasti! La cucina del territorio, esaltata
da un pizzico di creatività, si rivela interamente:
gnocchetti al castelmagno, tagliatelle maron con ragù
di capriolo, ravioli del plin aI ripieno di faraona, tagliolini
al coltello con funghi porcini, risotto al Barolo, zuppa
di cipolla. Il secondo di cui Maurizio è più
orgoglioso è il piccione disossato con scalogno al
moscato passito; un agrodolce langarolo che ricorda Ia vocina
Francia, con le carni cotte in rosa e sopraelevate in bella
vista su un “piedistallo” di spazle gratinati: “in Trentino
sono un primo, un tortino aggiungendo burro e parmigiano”.
Il piccione rimette le ali - è il caso di dirlo -
e gli spazle diventano la gustosa, originale variante di
una polentina bianca. Si potrebbe poi dire del coniglio
nostrano ai peperoni di Cuneo, o del carré di cervo
al ginepro con noisettes di verdure (“vado pazzo per la
selvaggina..”), o delle animelle di agnello trifolate con
funghi porcini... e se le carni sono bovine provengono da
piccoli allevamenti di razza Fassone.
Fra i dessert scegliamo lo zuccotto al caffè con
cioccolato bianco, e i piccoli fichi del frutteto con zabaione
gratinato, superbamente accompagnati da un Passì
del Grillo Cantina Serragrilli (moscato passito) e dallo
sherry Murillo Pedro Ximenez Lustau.
E a proposito di vini: ce ne sono più di 300 in carta,
con un poderoso presidio di langaroli e piemontesi (ma non
mancano nobili citazioni da altre regioni e paesi). Se optate
per la produzione della cascina Bompé è per
concedervi un abbraccio doppiamente spirituale ai vigneti
ammirati dal balcone: viene offerta Ia degustazione a bicchiere.
Noi siamo passati dal cru Dolcetto d’Alba superiore “Madonna
di Como” al Barbera d’Alba “Bricco 4 fratelli”, al Barolo
dell’altra cascina di proprietà della famiglia Boroli:
Ia Brunella di Castiglione Falletto. E abbiamo scoperto
che i nomi dei vini... sono anche i nomi delle camere.
A questo punto non potrete fare a meno di visitare la cantina,
sotto la guida dell’enologo Enzo Alluvione. Va citato il
cantiere sul lato posteriore della locanda. Non tanto per
avvertirvi che lo vedrete incombere almeno fino a dicembre,
quanto perché sappiate che poi non lo vedrete mai
in costruzione la nuova cantina per il barolo e sarà
ricoperta dalla terra della collina provvisoriamente sbancata.
“Li sopra coltiveremo il nostro orto”, annunciano felici
Maurizio e Sabrina. La loro, in realtà, è
sempre più la locanda dei sapori, con buona pace
del sacro pilone.
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